La scomparsa di Josef Mengele, la recensione del film diretto da Kirill Serebrennikov

Un viaggio oscuro nel cinema contemporaneo

Il film “La scomparsa di Josef Mengele”, diretto da KIRILL SEREBRENIKOV, offre una visione inquietante di un tema delicato come la memoria storica. Ispirato al romanzo di OLIVIER GUE, l’opera esplora il concetto di responsabilità dal punto di vista del carnefice, piuttosto che delle vittime. Attraverso una narrazione audace e provocatoria, il regista sfida lo spettatore a riflettere sulle atrocità passate e sul loro eco nel presente.

La storia prende avvio con una scena in bianco e nero, in cui un uomo sconosciuto pronuncia la frase “Non abbiamo bisogno di democrazia, ma di una mano forte” in un bar di BUENOS AIRES. Qui, il ritratto di JOSEF MENGELE, interpretato da AUGUST DIEHL, emerge come quello di un individuo braccato e alla ricerca di una via di fuga. Fin dai primi fotogrammi, ci viene presentata la figura di un criminale di guerra che ha eluso la giustizia per decenni, vivendo in incognito fino alla sua morte nel 1979.

Un’analisi della memoria e della colpa

La narrazione si sviluppa attraverso un’azione che si alterna tra i giorni nostri e le esperienze passate di Mengele. L’introduzione di scene in cui gli studenti di medicina studiano il suo scheletro conservato aggiunge un ulteriore strato alla discussione sulla memoria. È un modo per sottolineare come le atrocità dell’OLOCAUSTO non possano essere dimenticate e come il passato continui a influenzare il presente.

Le parole di Mengele, “Il passato non esiste”, risuonano inquietanti all’interno del film. Queste affermazioni sollevano interrogativi su come la società possa permettere l’ascesa di leader autoritari e come molti possano rimanere indifferenti di fronte a atti di violenza e oppressione. Il parallelismo tra le azioni del passato e quelle dei giorni nostri è palpabile e invitano a riflettere sulla banalità del male e sulla complicità collettiva.

La figura di Mengele attraverso una lente contemporanea

SEREBRENIKOV, già noto per le sue opere provocatorie, riesce a catturare l’essenza di questo personaggio storico attraverso una rappresentazione cruda e realistica. AUGUST DIEHL offre un’interpretazione potente, dando vita a un uomo privo di rimorsi, convinto della propria innocenza. La scelta di inserire sequenze a colori in un contesto altrimenti in bianco e nero serve a enfatizzare la disumanizzazione e la ferocia delle esperienze vissute nei campi di concentramento.

Utilizzando una struttura narrativa che salta tra epoche diverse, il regista rivela come Mengele sia riuscito a nascondersi in Sud America con l’aiuto di reti di protezione che hanno favorito numerosi nazisti. Il film esplora le complessità di un uomo che, nonostante le sue atrocità, non vive mai il dramma della punizione e dell’espiazione.

Riflessioni finali su un tema attuale

Nonostante il film affronti una pagina buia della storia, il messaggio di SEREBRENIKOV invita lo spettatore a considerare la dimensione contemporanea di queste tematiche. La rappresentazione di un uomo mediocre che compie atrocità in nome di ideologie perverse stimola una riflessione profonda su chi siano realmente i mostri nella nostra società odierna. “La scomparsa di Josef Mengele” diventa così un monito: i confini fra bene e male sono spesso labili e la storia ha molto da insegnarci.

Nel confronto tra l’uomo e le sue azioni, il regista ci offre uno spaccato di una realtà in cui le scelte individuali hanno conseguenze devastanti. Attraverso questa opera cinematografica, SEREBRENIKOV invita il pubblico a mantenere viva la memoria, affinché il passato non venga dimenticato o distorto. In un tempo in cui il populismo e l’autoritarismo stanno tornando a emergere, il film rappresenta un’importante riflessione su ciò che significa essere umani in un mondo segnato dalla violenza e dall’indifferenza.

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