David Thomas, scomparso il gioielliere della Corona che creò i preziosi di Diana e salvò Carlo III

David Thomas ha rappresentato un pilastro fondamentale dietro le quinte della Royal Family britannica, ricoprendo il ruolo di gioielliere della Corona fino alla sua scomparsa lo scorso gennaio. La sua morte, avvenuta all’età di 83 anni, ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo del lusso e degli eventi ufficiali, ma tanti aneddoti e storie legate alla sua carriera rimangono scolpiti nella memoria collettiva.

La tradizione del gioielliere della corona

Il titolo di gioielliere della Corona è stato istituito dalla Regina Vittoria nel 1842. David Thomas è stato il settimo a ricoprire questo prestigioso incarico, ricevendo l’affidamento della responsabilità nell’estate del 1991 direttamente da Elisabetta II. Prima di questo, Thomas era già noto come orafo di fiducia per diverse famiglie reali, tra cui quelle di Norvegia, Malesia e Giordania. La sua conoscenza della famiglia Windsor si sviluppò nel corso di oltre dieci anni, e il primo incontro con l’allora Principe del Galles, oggi Re Carlo III, contribuì a consolidare la sua reputazione all’interno dell’alta società britannica.

Uno degli episodi che segnò l’inizio di una lunga collaborazione fu un intervento d’emergenza negli anni ’70, quando il giovane Carlo si ferì a un braccio durante una partita di polo. Thomas dovette rimuovere un anello con lo stemma reale senza causare danni al dito del futuro monarca; un compito che completò con grande abilità. Questo successo gli valse il prestigioso Royal Warrant, sigillo che attestava la sua qualifica di fornitore ufficiale della Corona. Nel 1981, Carlo gli commissionò anche la creazione della fede nuziale in oro gallese per il matrimonio con Lady Diana Spencer, il che consolidò ulteriormente la loro partnership lavorativa.

Il custode dei gioielli reali

All’interno della Jewel House della Torre di Londra, Thomas era coinvolto in un lavoro incessante durante tutto l’anno. Non si limitava a prepararsi per le occasioni speciali, ma si dedicava costantemente alla manutenzione dei preziosi gioielli di Stato. Le sue attività includevano la lucidatura meticolosa dei monili, usando solo acqua e sapone delicato per preservare l’integrità dei materiali. Thomas era l’unico autorizzato, oltre al sovrano, a maneggiare i gioielli più delicati, e questo avveniva sempre in orari notturni, garantendo così la sicurezza dei pezzi durante il giorno.

Dopo la tragica scomparsa di Diana, Thomas ebbe il compito arduo di catalogare i gioielli personali della principessa in preparazione per la liquidazione della sua eredità. Durante il drammatico incidente stradale che coinvolse Diana, alcuni dei suoi gioielli furono trovati in condizioni disperate, come un braccialetto di perle rotto e un orologio macchiato di sangue. Tali oggetti divennero simboli della perdita e della tragedia, ma anche testimonianze della bellezza che Thomas aveva contribuito a creare e mantenere.

L’eredità e i riconoscimenti ricevuti

Thomas continuò a offrire il suo servizio alla Corona fino al 2007, anno in cui raggiunse l’età pensionabile. In riconoscimento della sua dedizione e del suo lavoro ineguagliabile, la Regina Elisabetta lo nominò Membro del Royal Victorian Order. Anche dopo aver lasciato ufficialmente il suo incarico, l’affetto e il rispetto che la famiglia reale nutriva nei suoi confronti non vennero mai meno, e ciò si manifestò in varie occasioni successive.

Un episodio significativo avvenne nel 2017, quando il Principe Harry, desideroso di conquistare Meghan Markle, si rivolse a Thomas per creare un anello di fidanzamento unico per l’attrice. Nonostante fosse già pensionato, Thomas accettò con entusiasmo e progettò un pezzo esclusivo, arricchito da un diamante del Botswana e altri due diamanti precedentemente appartenuti a Lady Diana. Questo gioiello rappresentò non solo l’abilità artigianale di Thomas, ma anche un legame emotivo profondo con la storia recente della monarchia britannica. Rispondendo sulle specifiche del lavoro, Thomas affermò con tatto che i gioiellieri, proprio come i medici, non parlano mai dei propri “pazienti”.

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